Trattato di sicurezza europea:
le riflessioni generali sull’iniziativa russa
Le realtà oggettive dei nostri giorni provano che nessun Paese oggi è in grado di superare da solo tutti i problemi del mondo moderno. L’esigenza urgente di definire la politica della sicurezza nel vasto contesto internazionale è riconosciuta da tutti i partecipanti del processo politico mondiale.
Nella storia moderna ci sono stati molti casi quando davanti alla realtà la comunità internazionale dimenticava le divergenze ed agiva con solidarietà sulle basi del tutto nuove. In questo contesto si inquadrano anche gli avvenimenti dell’11 settembre 2001, nonché l’attuale crisi finanziaria globale. Non ci sono dubbi che proprio tale approccio è necessario nella lotta per lo stabilimento della pace in Medio Oriente, in Afghanistan, per l’eliminazione del pericolo della proliferazione delle armi di distruzione di massa, per il superamento delle conseguenze dei cambiamenti climatici.
Purtroppo nello spazio europeo – proprio laddove sembrerebbe di esistere una rete fitta degli impegni reciproci – l’esigenza oggettiva degli approcci nuovi di principio verso la garanzia della sicurezza non è stata confermata dalle azioni reali. L’Atto conclusivo del Consiglio della Sicurezza e Cooperazione in Europa di Helsinki, diventato uno slancio verso i nuovi principi dei rapporti interstatali in questo settore, non è riuscito a superare definitivamente la mentalità della «guerra fredda». I valori fondamentali come l’osservazione delle normative del diritto internazionale, non applicazione della forza, il rispetto della sovranità, inviolabilità delle frontiere e dell’integrità territoriale, l’utilizzo dei mezzi pacifici della soluzione dei conflitti, il controllo sugli armamenti non solo non hanno ricevuto il loro sviluppo definitivo ma, in alcuni casi, si sono indeboliti come strumenti reali della garanzia della sicurezza. Le operazioni militari nei Balcani, il riconoscimento del Kosovo, gli avvenimenti dell’agosto 2008 nel Caucaso del Sud, la crisi del Trattato sulle Armi Convenzionali in Europa, la stagnazione dei regimi di controllo sugli armamenti e delle misure di fiducia rappresentano una serie piuttosto incompleta delle testimonianze di questo processo. Il mondo policentrico che si sta formando richiede da tutti noi un vero lavoro collettivo, una rinuncia all’eredità della “guerra fredda”, alla logica delle linee di divisione e degli approcci di blocco.
L’ottimale percorso in questa direzione, al nostro avviso, passa per la realizzazione dell’iniziativa del Presidente della Federazione Russa Dmitriy Medvedev sulla congiunta elaborazione e stipulazione del Trattato della sicurezza europea. Il suo obiettivo principale è l’elaborazione di un documento giuridicamente vincolante che garantisca un livello qualitativamente nuovo della sicurezza politico-militare di tutti gli stati, con i mezzi meno costosi, che si basi sul pieno rispetto degli interessi di tutti gli stati interessati, sul riconoscimento della parità dei loro diritti in quello che riguarda la sicurezza. Di conseguenza, il livello di protezione politico-militare sarebbe uguale per tutti i paesi sul territorio da Vancouver a Vladivostok. È un’alternativa positiva alle decisioni unilaterali che provocano risposte simmetriche o asimmetriche, una nuova spirale di corsa agli armamenti. Nessuno deve garantire la propria sicurezza a spese degli altri.
Il Trattato può nascere solo in seguito al processo negoziale con la partecipazione di tutti gli stati della zona Euroatlantica nonché delle organizzazioni multilaterali che operano in questa zona in materia della sicurezza. Tutti rimarranno avvantaggiati: la nostra iniziativa non presuppone né “marginalizazzione” né allontanamento di nessun paese o di struttura internazionale.
È molto importante di non perdere il “margine delle opportunità” che abbiamo oggi per passare alla nuova qualità dell’interazione strategica nel triangolo Russia – UE – USA, per recuperare lo svantaggio nel campo della “hard security” accumulatosi negli ultimi anni.
La Parte Russa ha già presentato le proprie idee ai partner europei e sta aspettando da loro un costruttivo contributo di riscontro. Siamo pronti ad una discussione ampia e franca. È importante avviare un dialogo concreto sul TSE liberandosi dagli stereotipi degli anni passati. Ovviamente la condizione chiave del dialogo è la fiducia reciproca – la sua mancanza costituisce la ragione di tanti problemi che abbiamo oggi nell’area pan-europea.
Crediamo che per studiare l’idea del TSE sia utile impiegare tutti i formati negoziali multilaterali presenti nella nostra area, inclusi l’OSCE, il Consiglio NATO-Russia, altre strutture. La comunità internazionale degli esperti, le autorevoli organizzazioni non governative e i circoli accademici sono chiamati a fronire un contributo importante all’elaborazione del trattato. Gli esperti italiani potrebbero arricchire sostanzialmente il concetto del futuro trattato.
La sicurezza nello spazio euro-atlantico è garantita dalla combinazione di tutt’una serie d’elementi eterogenei. In questo processo sono coinvolti tutti i paesi europei, gli USA, il Canada, i paesi dell’Asia Centrale, nonché le importanti unioni sopranazionali come la NATO, l’Unione Europea, la CSI, la CSTO. È difficile pensare che i problemi riguardanti il mantenimento della pace e della stabilità possano essere risolti soltanto con l’allargamento di un singolo blocco politico-militare. È ben evidente la risposta alla domanda – cos’è meglio: lavorare insieme su una nuova costruzione di sicurezza, oppure condurre esercitazioni militari nell’immediata vicinanza alle aree dove si sono appena cessate le ostilità e dove si è sparaa sangue di civili. Per questo la Russia fa la scelta ferma e chiara a favore di un nuovo livello di sicurezza nell’area da Vancouver a Vladivostok.